La storia di Matteo

La storia di Matteo

By In La mamme raccontano, Storie On 20/07/1998


La mia avventura raccontata da papà

Nel 1997 mia moglie ed io decidemmo che era ora di aumentare la famiglia che fino ad allora era composta dal sottoscritto (Antonio) da mia moglie (Roberta) e dalla nostra bimba di tre anni (Eleonora). Lasciammo così che la natura facesse il suo corso ed infatti da li a poco iniziò la gravidanza che procedette, in maniera regolare, per tutti i nove mesi, senza la minima anomalia, ma il nuovo arrivo non ne voleva sapere di uscire, e perciò ci rivolgemmo al ginecologo per un consulto. Mia moglie fu visitata e quindi congedata con l’accordo di rivederci dopo una settimana se nulla fosse accaduto e così avvenne.

storia matteo_img_3Allo scadere della settimana ci ripresentammo dal medico che questa volta ci ricevette in ospedale. Il ginecologo assieme all’ostetrica visitò nuovamente Roberta, non vedendo cenni di inizio del travaglio decise di stimolarle manualmente il parto; fece rivestire Roberta e ci licenziò concordando per il giorno successivo il ricovero per il cesareo. Dopo aver riportato mia moglie a casa tornai a lavorare non immaginando che da lì a poco sarebbe accaduto l’irreparabile.

Qualche ora dopo essere rientrata, Roberta inizio ad avere dei fortissimi dolori al ventre, dolori che si intensificarono sempre di più non consentendole nemmeno di stare in piedi; i suoceri, preoccupati, la accompagnarono immediatamente in ginecologia dove dopo essere stata accolta con un iniziale scetticismo dell’ostetrica si accorsero della gravità della situazione e la condussero immediatamente in sala operatoria dove riscontrarono una rottura d’utero provocata dalle eccessive contrazioni.

Roberta, nonostante l’emorragia, se la cavò per il rotto della cuffia, mentre per la nostra piccola Federica non ci fu nulla da fare.

Lasciammo trascorrere poco più di un anno e decidemmo nel 1999 di riprovare ad avere nuovamente un secondo figlio. La gravidanza questa volta non fu facile ed, infatti, una notte verso il quinto mese mia moglie mi svegliò all’improvviso dicendomi che le si erano rotte le acque; non posso descrivere lo shock di quel momento, ricordo solamente che aiutai Roberta a preparare le sue cose e la portai immediatamente in ospedale a Novara, qui i medici tentarono (credo anche con tecniche sperimentali) di prolungare la gravidanza.

La gravidanza potè così proseguire ancora per alcune settimane e le possibilità di sopravvivenza del nostro bimbo nel frattempo aumentavano. Ero però preoccupato per una eventuale e non tanto ipotetica, nascita prematura; su suggerimento di alcuni amici, mi rivolsi ad un centro specializzato che individuai nella terapia intensiva della patologia neonatale di Pavia. Telefonai. Non ricordo chi fu il medico che mi rispose, so solo che fu l’unica luce nel buio della situazione, mi spiegò che era meglio effettuare al più presto il trasporto della mamma a Pavia così da aumentare, in caso di nascita, le possibilità di sopravvivenza del piccolo e così feci. Il giorno stesso firmai per far dimettere, sotto la mia responsabilità, mia moglie ed organizzai il trasporto ed il ricovero a Pavia.

Trascorse ancora una settimana ed arrivammo così alla 25^ settimana di gravidanza però, a questo punto della storia, il nostro bimbo decise di nascere. I medici erano pronti, lo intubarono e lo trasportarono immediatamente presso la terapia intensiva. Nel frattempo io fui chiamato telefonicamente da un’infermiera che mi annunciò il lieto evento.

Quando arrivai in ospedale mia moglie era già tornata in camera e del bimbo non sapevo nulla. Andai immediatamente in terapia intensiva dove mi accolse una Dottoressa che mi comunicò che la situazione era grave e che il bimbo (seppi in quel momento che era un maschietto) era in osservazione ed era sottoposto a tutte le terapie del caso (ossigenoterapia, surfattante, ecc.) mi chiese se volevo vederlo, dissi di sì e così entrai per la prima volta nel lungo corridoio che per otto mesi sarebbe stato la nostra area di sosta forzata.

Matteo, così chiamai nostro figlio (era l’unico nome da maschio che mia moglie aveva scelto) era al di la del grande finestrone; era un piccolo ranocchietto dentro una enorme (per lui) incubatrice degli strani apparecchi gli lampeggiavano e rumoreggiavano attorno, mentre medici ed infermieri stavano collegandolo agli apparati. Trascorsi parecchio tempo davanti al finestrone cercando di cogliere più particolari possibili, ad un tratto mi sentii chiamare, era un’infermiera che mi chiese se volevo entrare, accettai. Mi fu spiegato che per accedere era necessario qualche accorgimento, indossare un camice, delle soprascarpe ed una mascherina, per non trasportare all’interno del reparto i germi. Non bisognava avere raffreddore o malattie virali in corso ed importantissimo, era necessario lavarsi molto bene le mani e mi mostrò come fare. Mi preparai e finalmente entrai.

Matteo era lì immobile, ricordo ancora il suo colore di un rosso acceso, i tubicini nel naso e nelle braccia, i fili collegati al petto, la lucina rossa sul piedino e le sue infinitamente piccole dimensioni che contrastavano con l’enorme pannolone. La testa era piccolissima, poco più grande di un mandarino. Ero sorpreso, spaventato e felice allo stesso tempo, l’infermiera mi disse – se vuole può toccarlo -, ma io temevo di fargli del male. Attesi parecchio prima di rinfrancarmi e riuscire a mettere una mano all’interno dell’incubatrice. Con l’indice toccai il palmo della sua manina, era una manina minuscola che con le sue piccole dita a malapena copriva la falange del mio dito. Fu una sensazione incredibile.

Passarono i giorni e nel frattempo mia moglie si riprese dalla lunga permanenza a letto. Nei riguardi di Matteo ogni giorno trascorso per noi era un successo; il tempo trascorreva in un alternarsi di momenti felici, nei quali ci venivano comunicati miglioramenti e momenti più cupi, come quando a Dicembre, ci fu comunicata la necessità di operare urgentemente di ROP Matteo. Non sono mai stato un tipo particolarmente religioso, ma so che allora ricominciai a pregare e questo mi servì molto.

Una delle angosce che i genitori di bambini prematuri hanno è quella di uscire con il bimbo in condizioni stabili e ritornare con il bimbo con condizioni in peggioramento e questo accadde parecchie volte. Purtroppo abitando a Novara non ci era possibile permanere a lungo con il nostro piccolo, e quindi ci limitammo a tre viaggi la settimana dove entravamo, stavamo per qualche ora accanto a Matteo e ripartivamo. Due erano le cose che lasciavamo in ospedale, un piccolo registratore con musica celtica che le infermiere lasciavano acceso accanto al nostro bimbo ed un piccolissimo ciuccio in caucciù che avevamo acquistato appositamente e che Matteo sembrava apprezzare molto.

I giorni, le settimane ed infine i mesi trascorsero con non poche complicazioni fino a quando dopo otto mesi arrivò il giorno delle dimissioni. I medici prima di dimettere Matteo ci diedero una lista di quanto dovevamo procurarci Un pulsossimetro, una bombola dell’ossigeno con gorgogliatore, un umidificatore, un aspiratore con cannule nasali. Mi rivolsi all’ASL che con sollecitudine mi fece pervenire quanto necessario. Altra lista che ci lasciarono fu quella dei medicinali e delle terapie, non sto a raccontare le difficoltà che aveva ogni giorno mia moglie nel preparare e gestire medicinali con relative somministrazioni ed apparecchi, ma vi assicuro che divenne un’ottima infermiera. Ciliegina sulla torta fu l’imparare ad effettuare l’aspirazione con le cannule, l’operazione consisteva nell’infilare delle cannule da 20 cm nel naso di Matteo ed entrare fino ai polmoni per liberarlo del muco, dopo i primi patimenti diventammo espertissimi nell’eseguire l’operazione nel modo più indolore e rapido possibile.

Il primo anno in casa fu veramente difficile, Matteo si ammalava frequentemente e frequenti erano le volte in cui era necessario riprendere l’ossigenoterapia. Come ci avevano consigliato i medici era necessario svezzarlo dall’ossigeno, ma purtroppo la salute non era dalla nostra parte ed i virus si abbattevano numerosi sui già fragili polmoni di Matteo, ma con pazienza, costanza ed un pò di inventiva ci riuscimmo. Fortunatamente a Novara trovammo un ottima assistenza da parte dell’ASL che oltre a supportarci con le apparecchiature ci fornì un servizio di neuropsichiatria infantile, di psicomotricità ottimi.

Tra una bronchite e l’altra il tempo passava e fortunatamente Matteo si rafforzava e migliorava fino ad arrivare all’età di tre anni quando iniziò ad andare alla scuola materna. Se l’esperienza per un bimbo nato regolarmente è un’esperienza positiva dove si paga lo scotto di vedere il bambino ammalarsi di frequente, per Matteo fu una strage. Il primo anno frequentò pochissimo e nonostante l’ottima insegnante di sostegno che gli fu affidata, l’utilità dell’esperienza scolastica fu compromessa dalle numerosissime assenze; andò leggermente meglio il secondo ed il terzo anno. Eravamo arrivati oramai all’ultimo anno di asilo, l’anno successivo avrebbe dovuto frequentare la prima elementare, ma visti i problemi di salute decidemmo in accordo con la struttura scolastica di posticipare ancora di un anno il suo ingresso alle elementari; fu un ottima scelta, il quarto anno di asilo lo trascorse con pochissime assenze e per lui ci furono notevoli progressi tanto che anche chi era inizialmente scettico, sul posticipo della scuola elementare, dovette ricredersi.

Siamo così giunti ai giorni nostri, Matteo frequenta le scuole elementari con buoni risultati e la salute sembra tenere. Dell’esperienza di prematuro permangono una leggera iperattività, una brutta cicatrice da criotrattamento sull’occhio destro, ed un lieve ritardo mentale compensati da tanta voglia di vivere.